Cosenza, dove la ‘ndrangheta è arrivata per ultima

La statua di Bernardino Telesio a Cosenza

COSENZA – Una bomba in un bar del centro, un camion della raccolta rifiuti fermato con le armi e dato alle fiamme e il figlio di un noto boss scomparso nel nulla. Tutto questo è accaduto dall’inizio del nuovo anno a Cosenza, la più a nord delle città della Calabria, con una popolazione di poco più di 70 mila abitanti. Ed anche l’ultima provincia, come spiegano Nicola Gratteri e Antonio Nicaso in Fratelli di sangue, a finire nella morsa della ‘ndrangheta all’inizio del Novecento. Forse anche per questo considerata da molti “un’isola felice”. «È un inganno storico», spiega Arcangelo Badolati, capocronista del quotidiano La Gazzetta del Sud e autore di numerosi libri sulla criminalità calabrese, «certo, c’era e c’è una qualità della vita più alta rispetto ad altre province. Ma anche qui la criminalità fa quello che vuole: negli ultimi due anni ci sono stati almeno 200 atti intimidatori contro imprese e attività commerciali». Il prefetto Raffaele Cannizzaro, però, ha rassicurato i cittadini: «Non c’è un fenomeno di allarme in questa città e in questa provincia». E il sindaco Mario Occhiuto, architetto di fama internazionale candidato del centrodestra in quota Udc ed eletto nel maggio 2011, conferma: «Cosenza non è un’isola felice, ma questi sono solo casi isolati».

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Pietro Sanua: storia di un uomo semplice

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Ecco il pezzo vincitore del secondo premio “Giovani reporter contro l’usura” scritto con Paolo Fiore

«Mio padre ce l’hanno sulla coscienza almeno cento persone: una mano quello, un occhio quell’altro». Lorenzo Sanua sorride amaro mentre ordina una bionda alla spina in un piccolo bar adi Milano, ma ha gli occhi umidi e rabbiosi di chi ha visto morire suo padre e non sa ancora perché. Pietro Sanua è stato ucciso nella milanesissima Corsico con un colpo di lupara, come omicidio di mafia esige. Era il 1995. Nel 2011 Lorenzo e la sua famiglia aspettano ancora di conoscere i colpevoli.

Pietro Sanua era nato in provincia di Potenza. Si era trasferito a Milano a dodici anni per fare il panettiere. A diciotto, nel 1969, compra la licenza di ambulante. Dalla farina alla frutta: una storia semplice, di lavoro e immigrazione, come tante in quegli anni. Una storia che si ferma il 4 febbraio di sedici anni fa. Alle 5.30, Pietro, 47 anni, sale sul suo furgone per dirigersi a Corsico, dove lo aspetta una giornata dietro il suo banco di frutta e verdura. Accanto a lui il figlio Lorenzo, allora ventenne, che oggi racconta: «A poche centinaia di metri dal mercato, vedemmo un’auto, una Fiat punto marrone targata Genova. Rallentò e fece inversione a U a 500-600 metri davanti a noi». Una manovra brusca, inconsueta per una strada provinciale. «Se mio padre avesse avuto dei sospetti, perlomeno avrebbe tentato di tutelare me. Invece disse solo ‘Guarda quel pirla che manovra che fa in una strada così’». Tutto pensava Pietro Sanua, tranne che ‘quel pirla’ stesse per ucciderlo. «Ho sentito uno sparo secco. Hanno colpito mio padre alla testa. Io sono stato sfiorato da qualche scheggia – ricorda Lorenzo mentre le dita salgono alla fronte per indicare i graffi rimasti sulla pelle-. Proiettili auto esplosivi, dissero gli inquirenti». Fuor di gergo tecnico, fucile a pallettoni. Se non è abbastanza chiaro: «Hanno ucciso mio padre con un colpo di lupara».

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Ortomercato: il frutto nero

Capita che se scopri l’Ortomercato di Milano, non ne esci più. È una città nella città. Con le sue regole, i suoi malfunzionamenti, i suoi rumori di sottofondo. E soprattutto i suoi silenzi. Un enorme mostro che ogni giorno, all’alba, fagocita tra i suoi freddi padiglioni le braccia di 9 mila lavoratori. Questo, almeno, il dato ufficiale. Ma la realtà supera i numeri. Perché bisogna contare anche quelli che hanno bisogno di scavalcare la recinzione di via Cesare Lombroso per guadagnarsi da vivere. In nero. Questo accade a pochi passi dal city degli affari.

Guarda il video realizzato con Paolo Fiore e pubblicato su L’Espresso.

Giancarlo Bozzo, 25 anni di Zelig

Giancarlo Bozzo, fondatore e direttore artistico di Zelig

Non c’è miglior modo di spegnere le 25 candeline di Zelig che farlo con il suo papà, Giancarlo Bozzo. Fu lui, insieme a Gino & Michele, a organizzare la prima serata di cabaret, il 12 maggio 1986, nel piccolo teatro milanese di viale Monza, numero civico 140. «Nel cortile di fronte avevamo piazzato due fari, come quelli delle discoteche, che sparavano luce nel cielo di Milano», racconta Bozzo a DIpersona. «Un mese prima c’era stato l’attacco libico contro Lampedusa. Così molti cittadini chiamarono la polizia per capire se ci fosse un bombardamento in corso», ricorda senza trattenere le risate, «e alcuni automobilisti addirittura tamponarono perché distratti dai fari e dalle immagini proiettate sul palazzo di fronte».

Quella sera arrivarono a Zelig circa cinquemila persone. Il teatro poteva contenerne solo 100. Così gli spettatori affollarono il cortile e la strada di fronte. «Viale Monza era quasi interrotta», ricorda Bozzo con soddisfazione. Lo spettacolo d’inaugurazione prevedeva alcuni tra i più noti comici del momento: Paolo Rossi, Bebo Storti, Silvio Orlando, Claudio Bisio e Gigio Alberti. Tutti nomi destinati a lasciare un segno nella comicità italiana.

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Un viaggio con Peppino Impastato

“…Fatela davvero anche voi una radio, come ho fatto io. Assordiamo i potenti, la rivoluzione si fa anche a canzoni, spariamole a tutto volume, incrociamole. “Questa chitarra ammazza i fascisti” c’era scritto sulla chitarra di Woody Gutrie. Ecco, questa radio, queste radio, le radio di Terrasini, di Palermo, del mondo ammazzano i mafiosi se suonano la stessa musica”. 

Peppino Impastato sbarca al Teatro della Cooperativa di Milano.

Servizio di Lidia Baratta, Eleonora Brianzoli, Paolo Fiore

In via Bellerio lo spettacolo lo fanno i giornalisti

Trascorrere l’attesa dei risultati delle elezioni amministrative nella sede nazionale della Lega Nord, in via Bellerio a Milano, è un’esperienza che consiglio a chiunque. O meglio, a tutti quelli che hanno in testa la meravigliosa idea di fare il giornalista.

Le urne vengono chiuse alle 15 del 16 maggio. Qualche minuto prima, nell’ufficio di Umberto Bossi, due piani più sù rispetto alla saletta destinata ai giornalisti, si sono riuniti: il Senatur, Roberto Calderoli, Roberto Castelli, Roberto Cota (da notare l’alta concentrazione tra i leghisti del nome del Santo di Montepulciano), i capigruppo di Camera e Senato Reguzzoni e Bricolo e il segretario della Lega lombarda Giancarlo Giorgetti. Nonostante la presenza dei quadri del Carroccio al completo, nessuna parola filtra per ore ed ore. Più la percentuale dei voti non sale, più scende ogni probabilità di avere un commento, un sussurro, un bisbiglio. Niente.

E noi tre aspiranti stregoni aspettiamo. Stipati nella saletta densa di giornalisti veri, quelli col contratto, lo stipendio. E la giacca, quella buona. Ciascuna testata si conquista, tra fili, computer e cavalletti, il proprio spazio vitale e una sedia da dividere almeno per tre. Guai, però, a superare la linea immaginaria del tuo vicino: sono pronti a ucciderti, cameramen in primis. Che sfoggiano, secondo una regola non scritta, maglie improponibili con tanto di supereroe stampato su. Studio Aperto ha il suo Superman, La 7 sfoggia un guerriero semisconosciuto e uno non meglio identificato ha scelto l’uomo ghiaccio.

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Perù, Humala contro Fujimori. Prove generali di democrazia

Scegliere se ammalarsi di Aids o di cancro significa in entrambi i casi soffrire. O peggio, morire. Eppure, secondo il premio Nobel Mario Vargas Llosa, è questo il bivio davanti al quale si trovano i peruviani dopo i risultati della prima tornata elettorale del 10 aprile scorso. Ollanta Humala, ex militare nazionalista di estrema sinistra, e Keiko Fujimori, rappresentante dell’estrema destra e figlia dell’ex presidente condannato a 25 anni di carcere per violazioni dei diritti umani, sono i due vincitori del primo turno. Che il prossimo 5 giugno si scontreranno nella segunda vuelta presidencial.

Uno scenario politico polarizzato ai due estremi, con il centro moderato diviso in tre partiti: l’Alianza por el Gran Cambio, Perú posible e il Partido Solidaridad Nacional. Rappresentati dall’ex ministro dell’economia Pedro Pablo Kuczynski, dall’ex presidente Alejandro Toledo e dall’ex sindaco di Lima Luis Castañeda. Classificatisi terzo, quarto e quinto. Tutti responsabili delle grandi riforme democratiche ed economiche del dopo Fujimori. Ma tutti in lotta tra loro. In una feroce campagna all’ultimo voto, che ha premiato gli estremi: Humala ha raggiunto il 30 per cento, Keiko Fujimori il 23.

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